L’incapacità di prevedere in maniera certa il risultato finale di una scelta è ciò che che mi piace della fotografia analogica. La scelta dello scatto è legata ad un momento che si decide debba essere “fermato” senza  aver di esso nessuna rappresentazione se non la propria interiore percezione: esposizione, profondità di campo, intensità cromatica, dominanti della luce non sono così tangibili come nella fotografia digitale basata essenzialmente nella creazione di un’anteprima fedele dell’immagine.

Il passaggio – mai preso in considerazione – va da un gesto basato sulla consapevolezza della labilità della rappresentazione ad uno che uno che anticipa la visione stessa. Da ciò che si è visto e forse sarà, alla attualizzazione di quanto sarà percepito.

Se esistono vari modi di rapportarsi al mondo, si comprende facilmente come i due atteggiamenti descritti diano luogo ad attività fra loro differenti.

Da un lato una necessaria personalizzazione dello sguardo, l’interpretazione che pervade una realtà ancora non presente. Dall’altro un’attività di misurazione così precisa che si palesa prima di ogni altra cosa trasformando lo sguardo stesso.

La registrazione dell’immagine del mondo democratizzata e diffusa (ereditando così dalla pellicola il compito di strutturare la memoria dell’individuo) finisce per esaurirsi nella sua esatta copia ripetuta dal codice binario del mondo digitale.

c

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *